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35 anni lunghi fino ad oggi

35 anni lunghi fino ad oggi

35 anni lunghi fino ad oggi

  • Stamattina ero alla stazione di Bologna, come ogni anno da allora. Rigorosamente da sola, non volevo parlarne con nessuno. Volevo sentirmi gente, folla, umanità. Ho ascoltato tutti, applaudito insieme agli altri i passaggi più forti dei singoli interventi. E poi quel suono lacerante, ripetuto tre volte, che chiamava al minuto di silenzio. Non so cosa mi succede ogni volta, mi metto a piangere che vorrei singhiozzare forte, mi sento disperata, come fosse oggi quel 2 agosto 1980. Un dolore che torna ad essere vivo, inconsolabile.Appena tornata a casa, ho cercato cercato e finalmente ritrovato alcuni fogli in cui scrissi, il 2 settembre di quello stesso anno, di quel giorno, in cui non seppi fare nulla se non esserci. Avevo 36 anni. Da 19 anni ero venuta dall’Abruzzo a Bologna. Lontana dalla famiglia ostile. Senza una famiglia mia, se non quella degli amici scelti ad uno ad uno. E a Bologna, che mi aveva accolta calorosamente e sentivo la mia città d’ elezione, era stato vomitato tanto odio. O tanto gelo. Tra le varie parole, scelgo dei pezzi che voglio condividere, mi fa bene farlo oggi.”Appena seppi, presi la bici e corsi alla stazione, piangendo per strada come se fossi stata certa che lì tra le macerie avrei trovato un corpo dilaniato a me caro. Non c’era nessuno tra i morti e i feriti che facesse parte della mia vita, ne ero certa. Ma piangevo lo stesso. Perché mi erano tutti cari, improvvisamente, e tutti facevano parte della mia vita, perché erano creature umane. Erano vite. Erano strade. Erano ricerca. Ricordo che, arrivata alla stazione, passai tra la gente, odiando tutti quelli che parlavano con le parole di sempre: la pena di morte ci vuole… quei capelloni… la dittatura, ecco cosa ci vorrebbe… E tutti così, senza emozioni in viso, senza vero dolore negli occhi. Senza neanche reale sdegno. Un’occasione in più, per tanti, per ribadire il diritto a sopprimere la vita di chi la toglie agli altri, così a catena, senza mai fine… Forse addirittura esecuzioni sommarie…  I volti – donne e uomini – che sentii vicini erano di persone che tacevano, sgomenti. Di quelli che non avevano parole. Di quelli che certamente si chiedevano in silenzio: ma perché? PERCHE’?Mi sentii prendere per il braccio. L’avevo intravisto. Un compagno di cui non ricordavo neanche il nome, conosciuto a scuola… non ci dicemmo niente. Mi portò dentro la stazione, e da dietro il vetro delle porte-finestre dell’ala ovest, rimasi a guardare per tanto tempo, con lui alle mie spalle, un’unica scena: una borsa-valigia insanguinata e una scarpa da donna, quelle di corda e sangallo, buttata lì, dolente. Dopo minuti, che mi parvero lunghissimi, un militare buttò lì un’altra scarpa. Uguale alla prima. Proprio la sua compagna. Solo un po’ più strappata. Loro si erano ritrovate. Non sarebbero servite più a nessuna donna. Erano sola parola, grido, segno di morte… Da quel giorno non stetti quasi più in casa. Inforcavo la bici e andavo in stazione. Stavo lì, lunghi minuti, guardando e non vedendo… Non riuscivo a parlarne con le poche persone che conoscevo e che erano rimaste a Bologna. Mi dava fastidio il loro bisogno di parlarne con me, di capire insieme, a due, a tre. Riuscivo solo ad andare alle riunioni di movimento, dove si taceva a lungo e poi si parlava, confusamente alcuni, con i soliti slogans politici altri… E c’era chi s’infastidiva ai silenzi. Io li amavo quei silenzi. Erano diversi da quelli in altre assemblee, dove si attendeva che il solito leader si sputtanasse, per poi fischiarlo e subito dopo parlottare con i propri “fidati”, senza intervenire, in attesa della prossima sputtanatura. Sudavamo. Tutto sapeva di morte a Bologna, in quei giorni… Due miei studenti dell’Itis si son dati tanto da fare, come vecchi smaliziati compagni sessantottini, mentre avevano solo 17-18 anni. In quei giorni eravamo sempre insieme, facevamo cordone, stringendoci forte forte le mani, o prendendoci sottobraccio così strettamente da far combaciare i fianchi e diventare una sola larga persona. Guardavo lo striscione bianco del movimento e mi faceva tenerezza, perché era fatto con quattro mie lenzuola. Lo guardavo e mi sentivo scioccamente orgogliosa, come se avessi davvero dato un contributo al movimento… Oggi, 2 settembre, a distanza di un mese dalla strage alla stazione, non ho voluto partecipare alla manifestazione indetta in città. Non ne ho voluto sapere niente. Non ho telefonato a nessuno che potesse dirmi cosa facevano i compagni. Non ho acceso la radio del movimento. Niente. Provo un violento rifiuto a ri-manifestare. Non ho più lo sgomento doloroso di quei giorni che mi ha portato in tutti i posti dove i compagni potevano aiutarmi a capire. Ho lo sgomento di aver forse capito. E se davvero ho capito, a che serve andare a manifestare? Quando ho capito che la tragedia ha solo permesso la farsa dell’unità di tutti i partiti e la farsa del ricomposto e mai morto movimento? “.

    Così scrivevo allora. Forse avevo capito bene. Forse no. Sta di fatto che da allora sono tornata ogni anno, sperando ingenuamente che avrei saputo la verità, un anno o l’anno dopo. Sto aspettando ancora. Pietro Grasso oggi ha detto che la vera democrazia ha bisogno che vinca la fiducia sulla rassegnazione. Eccomi. Ci sto.

    – via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – 35 anni lunghi fino ad oggi.

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