Pages Navigation Menu

get the blog!

Entrepreneurship

Entrepreneurship

Entrepreneurship

  • Non me ne perdo uno. Di seminari, dico. Corsi per capire cosa fare e dove stiamo andando. La Camera di Commercio di Bologna ha organizzato un workshop (un seminario di studio per l’appunto) sulle donne in partenza, le start up al femminile. In realtà, riflettendoci, di femminile c’era ben poco. Si parlava della figura dell’imprenditore in generale. In compenso molto inglese, davvero tanto. In inglese anche alcune slides. Ops, diapositive. Così qui vi parlerò di entrepreneurship, al posto di imprenditorialità.

    Alla Camera di Commercio di Bologna, che si trova emblematicamente in Piazza della Mercanzia, esiste uno sportello d’ascolto dal nome di buona speranza, Genesi. A questo sportello, previo appuntamento, si può fare qualsiasi domanda se si decide di avviare una start up, un’impresa. Si possono avere servizi di tutor, informazioni circa finanziamenti a tasso zero, supporto nella scelta della forma migliore (ditta individuale o società) da dare alla start up e si può anche fare un test di autovalutazione. Una sorta di ‘si faccia una domanda si dia una risposta’ di marzulliana memoria. Perché vuoi fare l’imprenditore? Presi dall’entusiasmo di partire con un progetto, infatti, pare manchi un’adeguata formazione, la conoscenza del mercato, una vera e propria pianificazione.

    L’entrepreneurship è un fenomeno in ascesa, esordisce il relatore. Forse perché con tanti licenziamenti ci sono altrettanti talenti in giro che pensano a come reinventarsi? E lo si preferisce definire in inglese perché, più del termine italiano, definisce uno stato mentale, un’attitudine. È il fare, concretizzare il potenziale, è lo slancio verso l’azione. La definizione del nostro codice civile all’art. 2082, secondo cui è imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione e dello scambio di beni o di servizi, non rende giustizia al significato nobile dell’imprenditore, a parere del relatore. Perché, in realtà, quello che l’imprenditore fa è offrire un’idea innovativa per la soluzione di un problema (talora non riconosciuto). Così, la definizione più esatta per questa figura pare sia quella data dell’economista William Baumol. L’imprenditore è colui che devia in maniera immaginifica dallo status quo. Ecco. Bisogna essere visionari, insomma. E non spaventarsi se il sistema ti respinge, ché spesso accade davanti a idee innovative. Bisogna avere confidenza (nel senso di confidare nell’idea avuta e in se stessi) e ingegnosità. La confidenza implica un andare oltre le risorse reali, l’ingegnosità nel perseguire l’opportunità.

    In Italia soffriamo di nanismo imprenditoriale. Siamo il Paese delle micro imprese. La metà di quelle che si costituiscono sparisce entro cinque anni dalla nascita. Il fallimento è la regola qui, non l’eccezione. Metà di quella metà chiuse trova il coraggio di ripartire con un’altra attività. Questo perché il fallimento di un’impresa non è il fallimento dell’imprenditore. Anche se poi lo stigma sociale è ben diverso, e pesante pure. Negli Stati Uniti il fallimento è un badge of honor, un distintivo per dire che ci hai provato e che non hai fatto altro che apprendere. Il fallimento come apprendimento, insomma. Sarai più forte se riparti. E se riparti in un momento di crisi come quello attuale, se hai la giusta ambizione, la giusta passione, ma soprattutto la giusta partnership, hai più possibilità di farcela perché, semplicemente, è più facile scalfire un sistema fragile che uno compatto. Il mestiere dell’imprenditore è, infatti e in definitiva, gestire la crisi. Cogliere i bisogni. Perché la crisi non azzera i bisogni. Grandi colossi come HP, Revlon, Polaroid sono nate durante la Depressione. Microsoft è nata nel 1975 quando ci si chiedeva se il capitalismo avesse ancora un senso.

    Per essere imprenditori bisogna avere un sacco di doti che non vengono catturate dai test di QI. La tenacia, ad esempio, la pazienza, il rischio oltre la tolleranza, l’ascolto, la passione. I test di intelligenza non ce lo diranno mai se li abbiamo. Come non ci diranno che siamo irragionevoli. Già. Perché l’entrepreneurship non può prescindere dall’irragionevolezza. L’uomo ragionevole si adatta al mondo. Quello irragionevole adatta il mondo a se stesso, per citare George Bernard Shaw.

    E ora che so tutte queste cose, che faccio?

    – via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – Entrepreneurship.

Lascia un Commento

Pin It on Pinterest

Share This