Pages Navigation Menu

get the blog!

Ipocognizione

Ipocognizione

Ipocognizione

  • Quando giorni fa mi sono trovata di fronte alla parola IPOCOGNIZIONE ho fatto subito tra me e me la saccente, ho alzato gli occhi dal libro dov’era scritta e mi son detta: ridotta capacità di conoscere, capire, imparare. E poi sono subito andata avanti nella lettura a cercare conferma. C’era, sì, ma ho trovato ben altro che mai avrei saputo ipotizzare da sola.

    La parola l’ho trovata su “Passeggeri notturni” di Gianrico Carofiglio, un librino di trenta scritti, tre paginette ciascuno, mini-racconti che racconti quasi mai sono, piuttosto riflessioni, aneddoti, abbozzi di saggi già in sé in realtà conclusi che, però, fanno desiderare approfondimenti. Voglio condividere quello che ho scoperto e su cui ancora sto riflettendo e sono così tante le finestre che mi si sono aperte dentro che da sola faccio fatica a tenerle sotto controllo.

    Negli anni 50 l’antropologo e psicoterapeuta Robert Levy condusse uno studio a Tahiti per capire il motivo alla base dei tantissimi suicidi in loco. E scoprì una cosa impensabile al momento: i tahitiani non avevano nella loro lingua le parole per indicare il dolore interiore, dalla piccola malinconia alla devastante angoscia. E quindi non sapevano, di fronte alla sofferenza dell’anima, chiamarla per nome, averne il concetto, identificarla, esprimerla, riconoscerla ed elaborarla, per difendersene e guarirne. Di fronte all’ impossibilità di comprendere la sofferenza di cui non avevano parola e rappresentazione, ne rimanevano vittime e arrivavano a  scegliere di morire per trovare sollievo. Da questo studio deriva il concetto di ipocognizione.

    Da sempre, pur se innamorata del silenzio,  ho un amore perfino erotico per le parole, il bisogno ininterrotto di usarle a piene mani, generosamente, senza mai stancarmene, con cognizione di causa, con delicatezza, ma anche senza paura, senza veli, ad evitare per quanto possibile ogni rischio di equivoco, ogni uso altrui distorto. Questo amore oggi è più caldo, più appassionato, per la  storia di questa parola, ipocognizione, per quello che c’è dietro, per una mancanza terribile che ha fatto scegliere la morte, per la coscienza  ancora più forte della ricchezza della mia lingua, che mi permette di chiamare per nome gioie e dolori, desideri e rinunce, sogni e realtà. La mia lingua, che ha parole e sinonimi ad esprimere tutto. In ITALIANO.

    E allora più che mai sento  PER ME necessario denunciare l’impoverimento della mia lingua, messa a tacere o in second’ordine anche quando non è necessario, asservita a uno strapotere espressivo che non ha nulla a che vedere con la pienezza, la complessità, e ha tanto a che vedere, invece, con la semplificazione, la velocità, il mercato. Un suono solo al posto di una cascatella di note.

    So ogni tipo di contestazione a questa presa di posizione, così come so di non essere sola in questa denuncia. Ma forse sono e resto scandalizzata molto più violentemente di altri – dalla gente comune agli intellettuali che ne hanno parlato più o meno ampiamente – dall’acquiescenza agli usi e costumi di chi dirige i giochi. Io continuerò a chiedere ogni volta che mi si traduca nel corrispettivo italiano – per esempio “autoscatto” – un qualunque termine inglese – “selfie”. E’ un bell’esercizio per chi non lo fa più da tempo. Già sperimentato. Sorprendente.


    – via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – Ipocognizione.

Lascia un Commento

Pin It on Pinterest

Share This