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iJe comprànd le fransè ma ne pà pu parlè

iJe comprànd le fransè ma ne pà pu parlè

Je comprànd le fransè ma ne pà pu parlè.

Pubblicato da Vita Marinelli il 4 novembre 2012.

Certo che gli italiani son proprio da piazzola! Esclama Rebecca dopo la prima mezza giornata parigina e l’ennesimo pardòn se inavvertitamente t’hanno sfiorato un piede o je prer se ti sei scusato perché hai sfiorato il piede a qualcuno. Parigi è davvero agreable, oltre che complimentosa. Di buon mattino l’impiegato alla metro sorride e ce lo avrebbe offerto lui il caffè, invece che mandarmici come l’impiegata T-per di Bologna, e buon soggiorno a du sors tre joli. Rispondo che no, siamo mamma e figlia, ma grazie. Poi, svelata definitivamente la nostra italianietà proprio per aver articolato più compiutamente in idioma indigeno, senza preavviso, come un tuono a Montmartre, mi chiede del calcio. Penso al mio amico Damiano, devo far bella figura, ma accidenti! Je comprànd le fransè ma ne pà pu parlè. Sorride di nuovo e chiede almeno che squadra. Ossignore! E come glielo spiego ora che ho chiuso col Lecce dopo le combine dei mesi scorsi? Bologna, mi sento uscire di bocca, all’unisono con Rebecca. Ulalà! Sorride di nuovo, ma ora pare beffardo. E dice qualcosa che termina con Intèr. Ora penso al mio amico Salvo e c’è poco da fare bella figura. Oui, je sé, l’Intèr ci ha affondati al penultimo posto. Bon jurné! Andiamo a vedere la torre che è meglio. Rebecca sobbalza appena la vede. Mi scoppia il cuore a vedere lei. In tre giorni abbiamo fatto più di quattrocento foto, duecento forse solo della torre, da tutte le angolazioni. Ai suoi piedi hanno allestito l’Art de la Tolérance, orsi colorati da tutto il mondo. Cerco, senza un apparente motivo, quello del Gambia. Ma so che è per il mio nuovo amico Sarjo. La fila di gente che si snocciola per qualche chilometro ci distoglie dal salire. Saliremo sull’Arco di Trionfo, le dico consolatoria, vedrai c’è meno fila. Infatti è così e Parigi è comunque sotto di noi e Rebecca si gode la sua torre da un’altra, alta, angolazione. Il cielo è grigio, ma riusciamo a vedere ogni cosa da lassù, a dominare ogni cosa. Due generalesse a Parigi. Champs Elysèes sono pieni di gente, arriviamo fino a Place de La Concorde, nel mentre una crep sucrè ci ridà energia. L’ha chiesta Rebecca col suo francese stavolta, che parla bene a onor del vero, ma è timìd, mi dice il gestore. Già, chissà da chi avrà preso. Peccato,  il Museo d’Orsay è chiuso, ci rifaremo col Louvre. Camminiamo fino a sera. Prima di riprendere la metro chiedo a Rebecca se riesce ancora a camminare, che a volte lo so che sono odiosa, non mi fermo mai. Risponde che deve valerne proprio la pena. Bene, allora! Riattraversiamo la Senna e percorriamo tutta Rue de l’Universitè, che sembra non finire mai e io spero di ricordare bene. Ma sì, la mappa  è dalla mia parte, ricorda come me pure lei. E’ buio quando la strada sta per finire, meglio, penso. Svoltiamo l’angolo e lei è lì, illuminata per la notte, e se aspettiamo qualche minuto, alle ore precise, vedrai la sintìll. La chiamano così i Francesi la torre scintillante a segnare le ore notturne.

Un giorno di sole a Parigi merita una passeggiata sul lungo Senna tra gli artisti de l’Ile de la Cité. Merita pure Notre Dame, ché le vetrate diventano sole di ogni colore all’interno. Davanti al Palazzo di giustizia scopro una fila interminabile di Iveco blu della Gendarmerì fransés. Da bravi cugini, penso. Peccato infilarsi in un museo con una così bella giornata, ma il Louvre lo merita. Visita d’obbligo al sorriso più misterioso dell’arte. Poi un tuffo nelle antichità egizie e greche. Senza nulla dire, Rebecca è rapita dalla Nike di Samotracia. A volte ci assomigliamo più di quanto possa sembrare. Quando usciamo è buio e stavolta sarà Place de La Concorde ad accoglierci illuminata.

A Montmartre arriviamo in due fermate. Sorridiamo io e Rebecca facendo il verso alla voce automatica sulla metro che ripete due volte i nomi delle proscién arrét, ma la seconda stancamente, quasi che i passeggeri fossero tutti svogliati. Il Sacro Cuore è candido nel grigio del cielo. C’è la messa d’Ognissanti, ma non si riesce a metter piede, aspetteremo la fine. Una passeggiata a Place du Tertre e lì, pur di farti un ritratto, t’inventano bellezza sàn precedànt. Fa bene all’autostima, almeno. Eccolo il tuono dell’inizio. Stiamo ammirando uno scià nuàr quando esplode. Poi la grandine, bellissima, e i negozianti sono contenti. Dopo, si regala ancora bel tempo, utile per l’ultimo angolo di Parigi, il Marais. Ulalà! Non mi aspettavo di trovare Bologna a Parigi. I portici di Place des Vosges sono deliziosi, casa Hugo la troviamo chiusa, almeno mangiamo al Café Hugo. Ci siamo sentite come in un quadro di Monet, tavolini tondi uno accanto all’altro. Lampadari rossi e luci basse. Cameriera d’una gentilezza francese, ma era di Salerno. Siamo alla fine. Nella metro una giapponese ci chiede indicazioni per Gare du Nord. Più facile accompagnarla che spiegarglielo. Ma al tornello lei non ha il biglietto, così tiriamo fuori uno dal nostro carné e glielo diamo. E’ deliziosa Rebecca quando dice che ora i giapponesi e gli inglesi diranno che gli italiani sono gentili pure loro. Non vi ho detto, on fét, che sotto la torre una coppia di inglesi aveva solo il telefono per fare le foto. Mi avevano chiesto di fargliene una. Giel’ho fatta, ma vista la qualità, ho fatto loro qualche foto con la mia macchina fotografica dicendo che gliele avrei mandate per mail. Mi hanno scritto il loro indirizzo e-mail sulla guida, ed è un buon ricordo per me.

Lo scioffér per l’aeroporto chiede se può dire d’avere due belle cugine in Italia. Sé siùr, francesi e italiani sono cugini. A la proscién fuà.

via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – Je comprànd le fransè ma ne pà pu parlè.

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