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La lingua. Il dialetto. Il villacastellano.

La lingua. Il dialetto. Il villacastellano.

La lingua. Il dialetto. Il villacastellano.

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    In questi giorni è uscita una nuova edizione del Vocabolario del dialetto di Villa Castelli, il mio paese di origine, a cura di Angelo Giuseppe Chirulli. Lino per i Villacastellani, e forse anche per i non Villacastellani. Una prima edizione del 2005 trova posto nella mia libreria e quando, a tratti, mi sovvengono parole in villacastellano, vado a cercarle lì. Lino ha fatto un buon lavoro già nella prima edizione, ma attendo la nuova. Conoscendolo, e avendoci speso dieci anni ancora, sono certa di una sua ricerca attenta. Dono per i Villacastellani, davvero. A me il dialetto ha sempre affascinato. Mi correggo, però. Mi hanno sempre affascinato le lingue, le parole in particolare. Spesso sento tutta la responsabilità nel pronunciarle. Perché dal mio insegnante di latino e greco ho imparato a cercarne l’etimologia. Ci sono, infatti, aggettivi, verbi o sostantivi che non hanno bisogno di aggiunte per spiegarsi. Se scelti bene, sono lapidari avendo già incluso un mondo.
    In una disputa annosa, per esempio, tra la scelta del termine spaccatella (lo rendo italiano solo per migliore lettura) e frisa (la versione usata in italiano nel commercio, ad esempio), ho sempre preferito spaccatella. Perché racchiude i gesti veloci di mani materne contadine che, con un fil di ferro, spaccavano, appunto, una pagnottella di pane prima di ultimarne la cottura. Il filo di ferro, facendo fatica più di un coltello ad attraversare la pagnotta, ne increspava per bene le due metà. Frisa deriva da fresus, tagliato, è vero. Eppure non torna con la mia immagine bambina. Così, ho ripreso il vecchio Rocci, il dizionario di greco, alla ricerca di una radice con fri o con frei, perché, mi dovete perdonare, proprio non mi convince frisa. Ho trovato φρισσω (frisso) che vuol dire incresparsi. Già mi piace di più, ma resto per la spaccatella.
    Tornando alla lingua. Al dialetto. Da molti anni ormai molte cose mi accadono in italiano. Oppure mi accadono in un dialetto che pure mi affascina, ma non ci sono nata. Epperò è stato importante provare a comprenderlo, seguendone delle lezioni. Ma mai, per pudore, perché il dialetto è una cosa seria, me lo sentirete parlare. Quello villacastellano sì. E mi piace. In alcuni casi ho proprio sperimentato che ci sono regole che permettono che le conversazioni procedano o si inceppino. La regola del ‘farsi riconoscere’. Parlo del villacastellano, naturalmente. Qualche volta anche col bolognese.  Perché una comunità non è solo una ‘massa parlante’. Parla, sì. Ma nelle parole c’è la storia, la cultura, la filosofia di quella comunità.
    Le lingue cambiano continuamente, il cambiamento è una loro caratteristica intrinseca. Cambiano nello spazio, il villacastellano a Villa Castelli, il bolognese a Bologna. Cambiano nel tempo, la letteratura ce lo dice. Cambiano nello stesso individuo, a seconda delle circostanze sociali in cui si trova. Appunto. Possono essere intese come oggetti frattali, allora, le lingue. Il loro grado di dettaglio aumenta man mano che le si guarda da vicino. Così, davvero sono felice di questo dizionario di Villa Castelli. Perché è quasi naturale che una lingua, anche il dialetto lo è, non ce lo scordiamo, sia modellata da pressioni e controlli collettivi. Lino nell’introduzione parla di snobismo italiano, quasi che parlare il dialetto sia degradante.  Poi di innesti di inglesismi, e questo accade proprio nell’italiano. Quale può essere la regola? mi sono chiesta. La regola che salva una lingua? Che salva un dialetto? L’educazione, certo. Il controllo del gusto. Lo scritto. Un vocabolario scritto.

    – via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – La lingua. Il dialetto. Il villacastellano.

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