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La Mano Sinistra

La Mano Sinistra

La Mano Sinistra.

Pubblicato da Vita Marinelli il 22 Ottobre 2011  –

Tutti sanno che ci sono solo due tipi di avvocati: quelli che hanno il tavolo di cristallo in perfetto ordine, con due o tre cartelline dai colori impeccabili e impilate con scrupolo millimetrico, ma soprattutto il ripiano lucido non presenta nemmeno un granello di polvere; e quelli dai tavolacci anonimi con al disopra un disordine perfettamente organizzato, almeno secondo loro. Ovvio, io appartengo alla seconda categoria. Così quella strana busta, dalla forma senza forma, grossa, era rimasta alcuni giorni a languire tra le cataste di documenti più o meno utili, più o meno in regola, prima che mi decidessi che era giunto il suo momento. La soppesai un po’, per gioco, ma il contenuto non era intuibile. Non fu poca quindi la sorpresa quando al suo interno, avvolta nel cellofan e ottimamente conservata, trovai una mano. Sinistra, per la precisione. E anche il ritrovamento era stato davvero sinistro.

scrivaniaPrima che lo stomaco potesse reagire a quella vista, e anche la mia segretaria se fosse entrata in quel momento, richiusi la busta e la riposi nel cassetto in attesa di pensare o decidere cosa fare. Mentalmente feci un rapido screening dei casi che stavo seguendo e, a dire il vero, in quel momento, ma anche in altri momenti, non avevo avuto casi che potessero giustificare l’arrivo d’una mano, da sola, cioè senza il corpo d’appartenenza e quindi un po’, come dire, morta. I miei casi erano per lo più di ladri professionisti, clienti abituali e affezionati, sempre gli stessi che, avendoli tirati fuori una prima volta, si erano votati a me per tutte le altre volte successive.

Finalmente una mano che m’impegnasse come un vero investigatore e che potesse aprirmi la strada ad un incarico di tutt’altro spessore. Quello di una mano. Parlai al mio stomaco e lo pregai di non tradirmi, volevo riguardare il reperto quanto meno per stabilirne il genere d’appartenenza. La pelle sotto il cellofan sembrava ruvida, con vene svuotate per l’occasione ma che da vive denunciavano delle affluenze rigogliose verso un corpo muscoloso e villoso. Uomo. Ecchecavolo! Non che l’incarico – se l’avessi avuto – o l’indagine – se l’avessi fatta – avrebbe perso d’importanza però quella sessualità confermava ormai una mia convinzione. Le donne mi evitavano, persino dove non era prevista una loro partecipazione attiva ed erano, come dire, un po’ a pezzi, un po’ morte. Con le donne avevo tirato una riga molti anni prima e loro, non cercate, non si erano più ripresentate, a parte la segretaria che doveva aver tirato una riga pure lei cogli uomini ma aveva capito che eravamo uguali.

Avevo avuto solo una morosa all’ultimo anno del liceo. Ma ero vergine ancora a quell’età. Anche all’età del ritrovamento sinistro, per essere sinceri. Non avevo mai voluto pagare l’amore. Neanche per conoscerlo. E per i bisogni prettamente fisici ero sempre stato autosufficiente. La morosa poi me l’ero persa, la scuola era finita troppo in fretta rispetto al mio desiderio di conoscenza e alla sua pazienza, e con lei la possibilità di appagare quel desiderio. Poi non ho più avuto occasione e i miei confronti con il genere femminile, superati i quaranta, si erano ormai risolti e appagati in altro modo, autonomamente, appunto, e soprattutto lavorando in maniera instancabile per tirar fuori di galera tutti i delinquenti cleptomani della città. È da dire che le donne erano comprensibili nel loro assenteismo. Però sono come il vino buono, mi aggiusto invecchiando.

Tornando alla mano, sinistra. Un cadavere! Avevo tenuto un cadavere tra le mie carte, quanti giorni? Due? Tre?

Teresa!

Prego, Avvocato -, affacciandosi sulla porta.

Quand’è che è arrivata questa busta? E chi l’ha portata?

E’ arrivata due giorni fa, mercoledì, sì, e l’ha portata un corriere…a dire il vero, pensandoci ora, era un corriere, sì, ma non mi ha lasciato né fatto firmare nulla. Insomma l’ha portata un ragazzo.

Grazie, Teresa.

manoIn effetti guardai la busta e non c’era alcun mittente né codici di spedizione. Solo un all’attenzione dell’Avvocato De Pascale e il mio indirizzo. Una grafia veloce, come fosse stata scritta rubata al tempo o ad occhi indiscreti. Una grafia maschile, mi venne da pensare subito, perché era a caratteri grandi, maiuscoli, frastagliati e storti. Le donne solitamente e per quanto ne sapevo, scrivono piccolo, caratteri minuscoli e dritti come ci fosse il rigo anche quando non c’è.

Appena l’avevo scoperta, la mano, chissà perché, mi aveva dato l’idea di un corpo morto cioè che il proprietario fosse morto come lei poi, però, l’idea che quella mano appartenesse ad una persona viva non mi abbandonò più. Una intuizione stupida. Se intuizione era. Insomma dovevo cercare una persona che s’era perso una mano. Non riuscivo a pensare ad un crimine. Anche perché io, ve l’ho detto, ladri difendevo, non assassini. Raramente, e violentandomi, degli stupratori per essere stato assegnato loro d’ufficio, oppure casi di percosse familiari e ovviamente, ancora per la legge dell’universo maschile, difendevo lui, il marito, il percussionista! Solo uomini. Come la mano. Magari allora era un cliente mano maschile che chiedeva assistenza. Mi venne da pensare che se la mia clientela era perlopiù di ladri forse la mano poteva appartenere ad uno di questi, o forse era un avvertimento che i miei ladri – non assolti – mi facevano pervenire, una minaccia, una ritorsione. Ma con la mano di chi? Non la mia, e stupidamente me le guardai, le avevo ancora entrambe. Mi dissi che era meglio consegnare il reperto a chi di dovere. Ci mancava solo che mi accusassero di appropriazione indebita di una mano morta, seppure a scopo d’indagine che la vanità fatta persona suggeriva. Eppoi ero davvero curioso. Neanche la paura. Ma chiamai le autorità competenti.

Visto il mio disordine, il mio affanno a star dietro alle cose, la scrivania che elemosinava propaggini dalle seggiole dei clienti e da un tavolino a scacchiera di marmo, regalo di mio fratello per i quarant’anni, non fu difficile far comprendere ai due preposti le motivazioni del ritardo della loro messa a conoscenza rispetto alla ricezione della busta. Uno di essi, in guanti sterili e col viso traballante per la nausea, infilò la mano, non la sua, in un sacchetto trasparente e si congedarono.

Grazie, Avvocato, la terremo informata. Così Lei. Qualsiasi cosa le venga in mente o qualsiasi cosa accada, telefonate strane…

…certo, certo -, mentre cercavo un biglietto da visita seppellito da ricorsi.

Eppoi. Come se portare a spasso, a vista, una mano fosse una cosa del tutto naturale, pensai. Prima che uscissero, per un attimo, mi passò che potevo riferire della mia intuizione stupida poi però, già che era stupida, la tenni per me e lasciai che la mano uscisse dallo studio.

Teresa si affacciò discreta,

Tutto a posto, Avvocato?

Oddio, m’è arrivata una mano morta di una persona viva, ho un po’ la nausea ora, vorrei far due passi, non so di chi è e perché a me.

Grazie, Teresa, tutto a posto. È già arrivato il cliente che aspettavo?

Sì, è già qui.

Solo pochi minuti e poi lo faccia passare.

Teresa era impeccabile, silenziosa e precisa. Mi capitava spesso di pensarla per questioni non di lavoro ma c’erano quelle due righe tirate a mezzo nelle nostre vite. Allora.

Passarono alcuni giorni senza che i carabinieri mi cercassero, né io cercassi loro. Non accadeva nulla insomma. Nessuna telefonata strana, nessuna altra ricezione sinistra, nessuna altra intuizione. L’avvocato di sempre. Coi miei ladri affezionati. E la mia scrivania lambita dalla discrezione di Teresa. A proposito di ladri affezionati. Michele Puntascura era uscito di galera da un paio di mesi, l’avevo incontrato in un bar e aveva insistito per un caffè. Non è che ci tenessi a prendere il caffè con lui ma magari dopo qualche tempo avrebbe avuto bisogno di nuovo di un legale, le sue autonomie andavano da sei mesi ad un anno, e quindi le publiche relazioni erano doverose, l’avvocato facevo. Per tutto il tempo del caffè, dieci minuti non di più, mi guardò ammiccando sorrisi d’intesa, come se dovessi essere suo complice nel prossimo colpo, mi chiedeva se il lavoro andava bene e se m’interessavo d’altro.

Di cosa dovrei interessarmi, Michele? L’avvocato faccio, come sopra, e di questo mi interesso.

Lo salutai e rientrai in studio mentre pensavo che era un personaggio Michele. Simpatico. Eppoi. anche uno strano ladro.

Fu così che una sera, Teresa era già andata via, mentre cercavo un ricorso per l’indomani spostando pratiche da una parte all’altra della scrivania, mi accorsi che la busta della mano sinistra con in bella vista all’attenzione dell’Avvocato de Pascale era rimasta tra le mie carte. I carabinieri il giorno della consegna brevi manu non l’avevano presa, nei giorni seguenti non me l’avevano chiesta ed io me la ritrovavo ancora una volta. Con ritardo ancora una volta. Guardai l’orologio ed era tardi, avrei consegnato la busta l’indomani. Mi girai sulla poltrona per poggiarla su un ripiano alle mie spalle vicino alle chiavi dell’auto, di modo che me ne ricordassi andando via. Stavo cercando un po’ di spazio vicino alle chiavi appunto, sistemando man mano alla buona ancora carte e buste commerciali sparse quando vidi una scritta a caratteri maiuscoli, frastagliati e storti alla mia attenzione, all’attenzione dell’Avvocato De Pascale, solo un po’ più piccoli. Guardai le due buste. Quella della mano e quella, più piccola, di una fattura forse o di una lettera. Le riguardai. Era la stessa scrittura. Dentro la busta un foglio ripiegato era il ringraziamento con i complimenti per lo svolgimento del processo.

E un caro saluto, al prossimo processo,

Michele Puntascura.

Pronto?

Michele, sono De Pascale…

Avvocato!

Stavo per chiedergli cosa cavolo avesse combinato ma pensai che non potevo rivolgermi male ad un assassino che mi aveva fatto pervenire una mano e ancora non ne conoscevo il perché.

Michele, è… successo qualcosa? Vuoi dirmi qualcosa?

Dall’altro capo Michele sorrise.

Che cazzo ridi? A chi hai tolto quella mano? Che vuoi da me? Me l’hai spedita tu, no? E dove hai lasciato il proprietario di quella mano?

Michele, ho bisogno di vederti. Subito.

C’incontrammo in un bar a metà strada tra il mio studio e la sua abitazione. Mi venne incontro sorridente. Mi chiesi se avevo fatto bene ad incontrare da solo quel pazzo, poteva essere pericoloso, avrei dovuto chiamare qualcuno, eppure mi era sempre sembrato un bravo ladro, un po’ estroso, un po’ fuori di testa ma non assassino.

Michele, t’ho…

Volevo chiedergli se gli avevo fatto qualcosa ma ero certo di aver agito nel miglior modo possibile con Puntascura, e seppure condannato, ma lui d’altronde ladro era, ero riuscito a non fargli avere pene massime.

Michele, ho ricevuto la tua mano.

Lei è bravissimo, Avvocato!

E iniziò il racconto della mano. Uscito di prigione Michele voleva farmi un regalo speciale. Non gli veniva in mente nulla, il ladro faceva. Un giorno in aeroporto notò un uomo distinto che camminava veloce con una borsa termica verso la zona dei taxi. Dietro di lui un facchino coi bagagli. Arrivato al taxi l’uomo poggiò per poco tempo la borsa termica per liberarsi le mani e prendere una banconota. Michele restò deluso dal contenuto della borsa termica. Chissà perché aveva pensato alla cocaina e creduto d’aver fatto il colpo della vita. Invece solo una mano. Di cui non sapeva che farsene ora. Non poteva mica buttarla, se era di qualcuno? Fu così che Michele pensò di recapitarmela, aveva trovato il regalo. Una volta avevo lamentato la noiosità dei miei processi. Mi ero lasciato dire che sarei stato felice, per una volta, almeno imbattermi in una refurtiva diversa, che invece era sempre troppo uguale ad un’altra, e lui m’aveva preso alla lettera. Me l’aveva poi recapitata per sondare le mie doti da investigatore. Io avevo passato tutto alla rispettabile Arma ma a Michele ero arrivato lo stesso. Sebbene per caso. E l’intuizione della mano viva non era stata stupida a pensarci.

Michele era pazzo.

A volte io e Teresa pensiamo a lui con affetto. A volte anche dopo aver fatto l’amore.


di Vita Marinelli

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