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L’è brott la fazénda

L’è brott la fazénda

L’è brott la fazénda

Le cinque e cinquantacinque sono un orario familiare. Mi alzo presto, sempre. Ma mettermi in macchina, guidare con i semafori ancora gialli, arrivare a destinazione in cinque minuti, ha qualcosa di dissonante. Perché sono a Bologna. Forse la segretaria mi ha preso in giro ed io ci sono cascata come la più ingenua. Faccio finta di leggere sul legno chiuso dell’ingresso gli orari dell’ambulatorio. Penso che farò un giro come una curiosa, che non sono, e poi me ne andrò. Mi sorprende un’anziana signora. Meglio, quando mi chiede se sono la prima, è lei la sorpresa. Alle sei e quindici, poi, sono già arrivati due uomini, anziani pure loro. Chi è la prima? Chiede uno. E la signora, come se avessi commesso reato, e nel più meridionale dei copioni, mi indica col mento ai due. Dopo, meno omertosa e rinnovando la sorpresa di poco prima per avermi trovata lì, aggiunge: La signorina.

La signorina, già. Sarei io. Galénna cinénna, par semper pulsénna. Ormai l’ho imparato questo detto che si ripete al disvelamento della mia reale età. Gallina piccolina per sempre pulcino. Che è come dire che chi è piccolino non dimostra l’età.

E’ già arrivata altra gente, sono appena le sette. Tutta quella che il dottore riceverà nella mattinata. Dodici persone. Questi sono folli. Ed io con loro, se sono qui. E sono arrivata prima per giunta.

Si sono creati piccoli gruppi, solo un uomo distinto e, forse, seccato d’essere arrivato quinto, passeggia ininterrottamente. Io appartengo al gruppo dei primi, dei tre anziani. Tengono banco, si danno le chiamate, penso. La chiamata, nei canti popolari meridionali, era un’abilità che consiste nella prontezza di proseguire una strofa, inventandosela sul momento, ma come fosse stata provata mille volte.

– Oh, ma l’avete visto il dutaur?

– Non l’ho visto brisa.

– Gli hanno aperto la testa…

– Cum’ela?

– La troppa scienza, gli veniva fuori e gliel’hanno dovuta aprire.

– Dan ban..

– E la Manuela, la Manuela?

– Incosa abbronzata, incosa inbriglé!

– Cum al carén, io ci ho provato a fare la dieta, ma poi che me ne faccio dei vestiti tutti larghi?

– E’ che al giorno d’oggi, si va tutti in macchina, non si cammina più a piedi e si ingrassa.

– In biziclatta si andrebbe, ma ti stendono. Sulla via Emilia l’è un gran casén.

E vai diritto da don Piero.

– Ma la gente poi, quando ho preso la patente io sessantaquattro anni fa, non si toglievano brisa le mani dal volante, si guidava acsé (e tende le braccia mimando una guida)…

– Eh, tu hai ragione. Adesso si guida con una mano sola, neanche con una. In una mano c’è il telefono, l’altra è fuori dal finestrino a darsi le arie.

– Eh, questi aggeggi infernali…

Capisco che gli aggeggi infernali sono i telefoni cellulari, stavo per tirarlo fuori dalla borsa per dare il buongiorno a qualcuno, ma ora me ne guardo bene. Eppure sono certa che tutti e tre ce l’hanno l’aggeggio infernale. E glielo chiedo. Si giustificano dicendo che sono stati costretti dai figli a prenderlo, ci credo va bene. Sono belli. Quanto alle braccia fuori, i finestrini delle auto sono tutti chiusi, per via dell’aria condizionata, ma non lo dico.

– Ma voi giovani come lo passate il tempo adesso?

– Eh, ai nostri tempi si andava a ballare.

– Eravamo senza soldi.

– Si compravano quelle cioccolate liquorose solo per il gusto di trovare hai vinto, poi tutti a casa.

Si balla anche adesso, dico.

Mi guardano sospettosi.

E anche adesso non ci sono soldi, aggiungo.

Silenzio.

– Cosa ne volete sapere voi giovani della politica, dei soldi? L’è brott la fazénda.

Dovrei restarci male, se non so niente di politica e sono stata candidata alle Europee. Dovrei restarci male in fatto di soldi, visto che persiste il mio stato di disoccupazione. Ma mi viene da sorridere mentalmente, amaramente, sul disincanto di questa gente, sull’ingenuità forse di ognuno, giovane o vecchio, di ritenere che solo lui ha passato il peggio e altro peggio non può esserci. Lascio, poi, loro l’illusione che sono cinnéna.

Il signore che guida da sessantaquattro anni, e forse adesso per lui è nostalgia, riprende il discorso politico partendo dalle automobili.

– Mé sono sempre stato cliente Unipol. Se sei del partito devi essere Unipol. Ma poi le schifezze le fanno pure loro. E poi, in tanti anni mai una volta che mi hanno fatto un regalo sull’assicurazione!

– Eh, ma non è più l’Unipol di una volta.

– Il partito non è quello di una volta.

– La coop non è più quella di una volta.

– Niente è come una volta.

– Il tempo è cambiato.

– Si accorciano le giornate.

– Eh, ormai si accorcia tutto.

Silenzio.

– E Balottelli? Balottetlli?

– Signorina, le piace Balottelli?

Non è il mio tipo, rispondo e dico la verità.

Silenzio ancora.

Il signore che non guida da sessantaquattro anni si passa una mano sul collo, poi sospira.

– Mi tira un po’ qui…

L’anziana signora impudente risponde maliziosa. Perdonatemi se non ripeto la risposta.

Alle dieci e trenta vedo il medico. Faccio la fila dalle sei. Sono la prima. Sono a Bologna.

p.s. Chiedo scusa ai Bolognesi per aver usato, forse male, la loro lingua. E per gli altri di seguito la traduzione.

Dutaur, dottore.

Don Piero, come dire al cimitero.

Brisa, mica.

Incosa, tutto.

Cum’ela? Com’è?

Cinnéna, piccola.

Inbriglé, dimagrita.

Cum al carén, com’è carina.

Biziclatta, bicicletta.

L‘è un gran casén, è una gran confusione.

L’è brott la fazénda, E’ una brutta faccenda.

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