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Le Madres ancora oggi

Le Madres ancora oggi

Le Madres ancora oggi

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    Ogni tanto mi viene voglia di scartabellare tra vecchie cose, vecchie carte, messe via un po’ alla rinfusa, non per indifferenza, anzi per poterle ritrovare al momento che diverrà quello giusto nell’attimo stesso in cui succederà: non si sa mai cosa può saltar fuori da quelle cose piene di età polverosa e in che mondo si può venire catapultati.

    Due giorni fa è arrivato il momento giusto. Uno nuovo. Spostando quadernini, cartoline, fogli sparsi, mi son ritrovata davanti a degli appunti che, appena li ho riconosciuti,  mi han fatto tremare dentro. La data: 29/4/06. Il luogo: un istituto professionale di Bologna dove ho insegnato per tanti anni. La prima, la primissima frase appuntata:

    “L’unica lotta che si perde è quella che si abbandona”.

    Parole dette da una delle Madres de Plaza de Mayo, venute a parlare dei loro figli desaparecidos in Argentina a centinaia di ragazze e ragazzi dai 14 ai 19 anni. Me li ricordo quei ragazzi, seduti sulle tante sedie, assolutamente insufficienti, ché nessuno quel giorno aveva fatto fughino. Gli altri seduti per terra, o  appoggiati ai muri di quell’atrio grande al primo piano della scuola. Silenzio assoluto, attonito. Occhi spalancati. Bocche, tante, semiaperte per lo stupore incantato di fronte a tre Madres, tre donne semplicissime, disadorne, il classico fazzoletto bianco in testa con stampigliato il nome del figlio desaparecido. Con loro l’amico traduttore, che li accompagnava ovunque. La pazienza della Madre ad aspettare la traduzione, per poi riprendere a parlare con lo stesso calore dell’ultima parola detta, era  la stessa pazienza dei ragazzi ad aspettare la traduzione per capire per bene tutto, anche se tanto avevano già capito da soli, per la passione e la forza con cui era stato detto. Non volava una mosca, solo applausi a interrompere un passaggio troppo potente per non essere sottolineato con vigore e sollievo, sollievo  alla troppa emozione che bisognava in qualche modo scaricare.

    Furono tante le parole che lasciarono il segno, una più potente dell’altra. Dissero: “I figli sono morti e noi madri siamo nate”. E intendevano che, morendo, i loro figli le avevano fatte nascere al proseguimento della lotta. Dissero:” Noi siamo rimaste per sempre incinte dei nostri figli”. E intendevano che i figli erano sempre dentro di loro, nel loro corpo, nel loro cuore, nelle loro lotte, nelle loro vite. Rileggo queste frasi e mi pare di rivivere il respiro mozzato di tutti noi, ragazzi e adulti, per l’emozione che nasceva di fronte ad affermazioni sconvolgenti mai pensate e, una volta ascoltate, riconosciute subito totalmente vere.

    Ho allora cercato una piccola raccolta di poesie e racconti, del 2003, un librino azzurro con il disegno di un fazzoletto bianco e il titolo “Il cuore nella scrittura”, risultato del laboratorio di scrittura in funzione dalla metà del 1990 nella casa dell’Associazione delle Madres de Plaza de Mayo, a Buenos Aires. All’inizio la voce di quelle donne era un urlo di dolore e una richiesta appassionata di giustizia per i figli desaparecidos. Poi è diventata un’arma politica che restituiva simbolicamente vite rubate. Una della Madres ha scritto persino delle panchine di Plaza de Mayo, su cui si sedevano per evitare di essere cacciate via, ché se restavano in piedi poteva sembrare un’assemblea sediziosa, quindi pericolosa. Restavano sedute, a sembrare donne dedite alle chiacchiere e invece  organizzavano la lotta. “Le panchine….- scrive Maria Del Carmen – sanno dei nostri figli tanto quanto noi…Sanno che è il luogo dove noi li ritroviamo, che si siedono accanto a noi e che poi, con noi, si alzano e cominciano a marciare”. Loro, le Madres, non hanno mai smesso di marciare, manifestare, lottare e creare luoghi di aggregazione, di formazione, di verità.

    “L’unica lotta che si perde è quella che si abbandona”. Chissà se dopo 9 anni, da quando questa affermazione è stata rovesciata addosso a tanti ragazzi e adulti, come un pugno allo stomaco, qualcuno di loro può dire che non se lè scordata, che se l’è portata addosso come monito nei momenti in cui la voglia di rinunciare è stata forte, fortissima.

    Io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, quindi penso di sì. E comunque l’ho ritrovata e la rimetto in gioco, non si sa mai.

    – via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – Le Madres ancora oggi

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