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Non aver paura!

Non aver paura!

Non aver paura!

  •  Forse l’ultima volta è stata la goccia famosa che ha fatto traboccare il vaso. Mi riferisco agli uomini neri che chiedono l’elemosina. Quelli che si avvicinano al tavolo all’aperto, dove sono seduta da sola a leggere o con un’ amica, a prendere un caffé e a raccontarci. Quelli che si avvicinano sono vestiti dignitosamente, sono puliti, parlano sottovoce, non hanno lo sguardo implorante, si fermano accanto alla sedia in silenzio e catturano l’attenzione proprio per tutti questi segnali che sembrano di rispetto.

    Quando succede e sono con una amica tocca sempre a me ascoltare la richiesta. L’amica – ho realizzato che lo fanno tutte, nessuna esclusa –  resta a testa bassa e silenziosamente mi delega, sa che non so far finta di niente e non so aspettare che l’altro si stanchi, si senta umiliato, invisibile e alla fine se ne vada, proferendo parole nella sua lingua, probabili  maledizioni.

    L’uomo nero arriva, si piega verso di me, io alzo lo sguardo, pronta ad ascoltare, a dire di no se è l’ennesimo questuante, o se ho solo i soldi per pagare il caffé, cosa che succede molto spesso in verità da tempo.  E’ difficile farlo credere, né devo giustificarmi. Ma mi viene da dirlo, guardando dritto negli occhi chi chiede e non stende la mano. A volte insistono, a volte vanno via subito, che mi abbiano creduto o meno. Sempre borbottano qualcosa. Rare volte, senza un motivo e senza parole, ad istinto,  apro il portamonete e do la mia miseria, che sembra ricchezza davanti a loro.

    Ma succede, invece, e continuamente, qualcosa di terribile e insopportabile per me. E l’ultima volta non ho retto.

    Gli uomini neri – tutti ormai – si chinano, catturano la mia attenzione, ci guardiamo e mi dicono, per prima cosa mi dicono: NON AVERE PAURA! lo dicono a me e li ho sentiti dirlo ad altre donne. A me spesso aggiungono: MAMA, non aver paura, mama. I miei capelli bianchi. Le rughe. Mama. Potrei commuovermi, intenerirmi. No.

    NON AVERE PAURA. Perché dicono così? Fa parte di una strategia messa in piedi da chi li ha in mano e li manda ad elemosinare? Come quelli che in un certo periodo si mettevano in ginocchio in mezzo al portico ed erano da scansare, a destra e a sinistra? Non li si poteva ignorare, statue viventi, prostrate,  a smascherare la nostra viltà. E non dicevano nulla. Neanche un cartello avevano, all’inizio. La regia era evidente. Ed efficace. C’è anche dietro al NON AVERE PAURA?

    Beh, dopo le tante, troppe volte in cui sono stata apostrofata così, questa volta non ce l’ho fatta a tacere e ho quasi urlato: IO NON HO PAURA DI TE! Devo averne, forse? Vuoi farmi del male? Io non ho paura di te e non ho soldi da darti.

    Se n’è andato subito, dopo avermi fulminato con uno sguardo tra il sorpreso e il furioso. Ci ho messo del tempo a calmarmi. Il cuore a mille.

    E’ atroce per me che dicano così, sia per obbedienza che per istinto personale. E’ come dare per scontato che la paura domini i nostri rapporti di bianchi con chi la pelle ce l’ha nera. Cos’è, han saputo di quello che i genitori occidentali dicevano, e forse qualcuno ancora lo fa, ai bambini piccoli che non volevano e non vogliono dormire: Sta’ attento che se non chiudi gli occhi e ti addormenti viene l’uomo nero e ti porta via? Penso che chi li ha in mano, questi uomini neri,  sia perversamente intelligente e scaltro e giochi su stereotipi e pregiudizi profondamente radicati.

    Ma IO NON CI STO! Non ho e non voglio avere paura del colore nero della pelle. La pelle dei bianchi mi basta per spaventarmi quando usano violenza dentro le mura delle loro case, sui loro familiari intimi. E fuori.

    Ci sono altri uomini neri in città e parlo del mio piccolo percorso, fatto di tre strade in croce. Anche in centro li vedo, certo, ma lì  sono troppi per accorgersi davvero della loro presenza. Sono molto più giovani di quelli che si occupano delle persone ai tavoli. Anche loro sono vestiti con dignità. Non dicono nulla. Se li si guarda, allora sì, dicono qualcosa, ma così tanto sottovoce che non si capisce alcuna parola, anche se il senso è chiaro. Se ne stanno appoggiati ai muri, con un berretto su o giù, a seconda di quello che vogliono comunicare, non a noi, ma al loro capo o tra di loro. L’ho scoperto osservando i movimenti di un uomo bianco, inespressivo, glaciale, seduto al tavolino di un bar dove stavo anch’io. Era evidente che stava lì a controllare un giovanissimo ragazzo nero appoggiato al muro, a chiamarlo con un cenno del capo accanto a sé, senza dirgli una parola, a lasciarlo lì impalato in piedi di lato, o a farlo sedere senza offrirgli nulla e senza una parola,  ad attendere l’arrivo di un altro ragazzo nero prima di alzarsi e portar via per un po’ il primo e poi tornare a far dare il cambio. Cappellino su, cappellino giù in un alfabeto morse indecifrabile per i non addetti ai lavori. Forse mi son fatta un film, eppure ne vedo tanti, in una stessa strada, da un portico all’altro, a mettersi e togliersi il cappellino e non per un tic, a dirsi cose mute, a muoversi, a restare, a cambiare posto. Forse sono ancora acerbi, per chi li ha in mano, e per ora basta che si facciano vedere. Poi verranno addestrati ad altro.

    Quell’uomo bianco sì, lui mi ha fatto paura. E ribrezzo. Ma mi ha fatto paura.

    Solo oggi ho realizzato e con sollievo che donne nere non ce ne sono. Forse non significa una buona cosa, forse stanno soffrendo in altra maniera. Ma non ci sono appoggiate ai muri, né a chiedere l’elemosina a chi se ne sta seduto fuori del bar. E tanto meno a dire: NON AVERE PAURA.

    Per adesso.


    – via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – Non aver paura!

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