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Ogni giorno merita un gioco

Ogni giorno merita un gioco

Ogni giorno merita un gioco

Non ero preparata alla mia sfacciataggine, stamattina, verso ora di pranzo. Stavo tornando a casa, felice di aver interrotto la prigionia per mano dell’afa. Davanti a me, fermi sotto il portico a conversare, un uomo e una donna di una certa età. Lui mi era di spalle, ma lei la vedevo bene ed era molto molto gradevole. Stava dicendo, con aria sconsolata: “Mi dimentico sempre subito tutto, non chiedermi cosa ho mangiato ieri sera ché tanto non saprei risponderti…”. Ormai ero vicinissima, i nostri sguardi si sono incrociati e mi son sentita dire – a mia totale insaputa – alla donna:” Che ha mangiato ieri sera, signora?”. Realizzare la mia sfacciataggine; un sorriso, il mio, allegro e incontenibile; uno sguardo, il suo, sorpreso e un attimo dopo pieno d’intesa complice; la sua voce cantilenante che mi diceva: “Buona giornata, signora”: è stato magnifico. L’avevo scampata bella, anzi ero stata tirata dentro a una confidenza di fragilità, senza ritorsioni. Mi sarei messa a ballare per strada, lì, sotto il portico, come avessi vinto al superenalotto.

E sono tornata immediatamente indietro nel tempo, a quando avevo 23-24 anni, in una delle poche volte ch’ero tornata a casa a farmi squadrare da parenti e loro conoscenti. Toccata e fuga, per evitare lamentele fastidiose. Di rivederli non mi interessava affatto, ero scappata da anni e ne ero felice e allungavo i tempi tra un incontro e un altro, nell’attesa del momento propizio per smettere del tutto quella farsa. Bene. Quella volta passeggiavo da sola per il corso, l’unica strada del passeggio, occasionale nei giorni feriali, assolutamente voluto nei giorni festivi, affinché succedesse quello che Leopardi guardava da lontano fare dalla gioventù del suo paese, che “mira ed è mirata e in cor s’allegra”. Proprio così. Era pomeriggio, c’era pochissima gente ed io ero contenta di essermi allontanata da casa. Non pensavo a niente. Davanti a me camminava un uomo maturo e andava lento, forse anche lui si era allontanato da sguardi indagatori e giudicanti. Aveva le braccia indietro che s’incrociavano, una mano a cingere il polso dell’altra, che se ne stava spudoratamente a palmo in sù. Un palmo ampio e, realizzai dopo, invitante. Sta di fatto che mi trovai a guardare la sua faccia interrogativa e severa che mi chiedeva conto in silenzio del gesto impudente che avevo appena compiuto, quello di fargli solletico in quel palmo di mano così generosamente esposto. Non ero spaventata. Ricordo che avevo una ridarella dentro che voleva esplodere, la trattenni a stento e spalancai le braccia con una faccia contrita, tipo: ops, mi è scappato! La sua espressione diventò tutta arricciata, buffa, di chi cerca di non far vedere che si sta divertendo un mondo. Mi minacciò con la mano, a dire: “attenta a te!”, come fanno i genitori con il figlio che ha appena rifatto una cosa che gli era stata proibita. Un’allegra minaccia che diventò un “ciao” e quell’uomo riprese a camminare lento, si voltò di scatto una o due volte, facendo finta di tenermi d’occhio e poi continuò per la sua strada. Rimasi ferma per un po’, per distanziarmi e non correre il rischio di giocare ancora.

Ecco: fui incantata allora e lo sono stata stamattina, a distanza di più di 45 anni, per come sia possibile giocare con gli sconosciuti, se il gioco nasce spontaneo, innocente, disinteressato e si sceglie inconsapevolmente un’anima gemella, la si percepisce tale senza riflettere e ci si butta a capofitto nel gioco, trovandocisi dentro senza averlo pensato, stupefatti di noi e in attesa della reazione dell’altro, senza ansia, come si fosse certi che il proprio corpo ha agito sì sconsideratamente, fuori dagli schemi, dalle convenzioni, ma senza alcun intento che non fosse il concedersi un attimo di pura gioia. E regalarlo.

Perché ne scrivo, a parte per narcisismo? Ne scrivo perché attorno a me vedo visi e corpi contratti. E ne hanno motivo. So di preoccupazioni, confusioni, incertezze, paure adulte. So di divertimenti pericolosi cercati non sapendo cos’altro fare per sentirsi davvero vivi. So dell’impossibilità per tanti, troppi, di accedere a gioie autentiche. E allora raccontare una situazione di gioco oggi che sono anziana e di un gioco di ieri quand’ero giovane e avevo la fortuna di sentirmi viva con niente mi pare all’improvviso importantissimo.

– via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – Ogni giorno merita un gioco.

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