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Strega sarai tu

Strega sarai tu

Pubblicato da il 31 Agosto 2013.

Provate voi a dormire poche ore fin dalla tenera età per ottenere l’effetto “occhiaie profonde” e vi accorgerete di essere pervase da un sottile filo di nervosismo.

Per non parlare poi dei vestiti, color nero notte, che siamo costrette ad indossare e rendono la nostra pelle emaciata.

Loro, tutte nastri e boccoli, dormono serene in culle ornate da fronzoli, si svegliano al canto degli usignoli e sgranano con grazia i loro occhioni blu.

“Boccucce di rosa” le chiamiamo, mentre le nostre labbra si assottigliano fino a diventare lame taglienti.

Eppure senza di noi le favole non esisterebbero.

Le trame non reggerebbero.

Non è interessante seguire le vicissitudini di due mocciosi svenevoli, stucchevoli che passano la vita cantando.

Così entriamo in scena noi.

Le favole sono costellate di streghe di ogni tipo.

Biancaneve senza la strega cattiva perderebbe il fascino della vittima designata.

Anche se ho sempre creduto che raggirare Biancaneve fosse facile come rubare le caramelle a un bambino.

Confessate serenamente: avreste mangiato la mela avvelenata?

Porto più rispetto ad Hansel e Gretel, in fondo si tratta di bambini e hanno dimostrato astuzia e coraggio.

Credete forse sia semplice recitare il ruolo della strega cattiva? Richiede preparazione, concentrazione e una giusta dose di fantasia unita a praticità e doti tecniche.

Fate preparare una pozione magica a una di quelle svampite e finirà per rompersi un’unghia o inalare gas velenosi.

Il ruolo che interpretano “loro”, quelle finte timide, dalle gote arrossate, è molto semplice: piangere, fuggire, svenire, essere salvate.

Perché una principessa che si rispetti viene sempre salvata e sempre, rimarco sempre, sposa il principe azzurro.

Per noi streghe cattive morte, esilio, scherno e ortaggi lanciati dalla folla.

Ma è il mio ruolo e lo interpreto al meglio.

Assaporo la tensione che cresce attorno, mentre preparo la pozione magica.

Vivo l’angoscia del pubblico quando porgo la mela a Biancaneve o l’arcolaio a Proserpina.

Il pubblico, nervoso, si agita sulle sedie e un silenzio carico di cattivi presagi scende nella sala.

Ho catturato la loro attenzione con la mia voce rauca, le risatine sinistre, le mani protese verso la vittima come artigli.

Qualcuno trattiene il respiro, altri nascondono il volto fra le mani.

E’ l’istante del mio trionfo personale, anche se effimero.

Lui arriverà è certo e salverà la bella.

E in quel momento sarò solo una brutta vecchia da riempire di ortaggi e risate di scherno.

Sospiri di sollievo si libreranno nell’aria e urla di gioia riempiranno la sala.

E io sarò dimenticata dietro le quinte, mentre il principe e la principessa verranno richiamati sul palco mille volte.

Eppure in cuor mio so che se questo è avvenuto è perché ho recitato bene la mia parte.

Sono stata sufficientemente cattiva, ho procurato angoscia, paura e profuso a piene mani quel senso di ribrezzo che sempre mi accompagna.

La mamma sarebbe fiera di me. Lei era una strega professionista molto brava.

Recitava con una compagnia teatrale famosa a livello internazionale. Ha calcato le scene fino all’ultimo respiro, con orgoglio e curando ogni dettaglio.

Il ruolo di una strega aumenta di fascino con l’età quando le rughe sono vere, la pelle cadente e i capelli bianchi.

E loro, le principesse, cominciano ad ingrassare, a perdere quella luce celestiale che le illumina. A quel punto sono già accasate con qualche principe azzurro che ingrasserà insieme a loro in compagnia di pargoli dai riccioli biondi.

E di noi che sarà? Nessuno si preoccupa di sapere cosa accade a noi streghe “dopo”.

Nessuno piange se veniamo gettate in un dirupo, divorate dalle fiamme o semplicemente scompariamo nel buio della notte.

E’ quello che sta accadendo in questo momento a me.

La principessa e il principe intenti a festeggiare in qualche locale alla moda insieme alla corte adorante e io che cammino, avvolta nel mio cappotto nero con il cappuccio ben calato sulla testa.

I miei passi non risuonano nella notte. Quel ticchettio sommesso e a cadenza perfetta che accompagna i passi delle principesse.

Non indosso tacchi alti, la natura non ha donato a noi streghe rosei piedini che calzano scarpe da campionario, ma piedi forti, da arrampicatrici di montagne impervie.

Eppure questa sera mi tradiscono, inciampo stupidamente nel marciapiede sconnesso.

Sto per rialzarmi imprecando quando una mano si protende verso di me.

“Si è fatta male, signorina?” la voce risuona rauca, ma gentile, anche se almeno due note sopra il tono normale.

Mi alzo per osservare il mio soccorritore.

Non sono bassa, anche se il ruolo che interpreto mi obbliga a trascorrere gran parte della giornata ingobbita.

Lui è immenso, una montagna di muscoli e un volto scolpito nella pietra.

Se digrigna i denti e urla con il tono di voce che si ritrova sono certa incuta paura, anzi terrore.

Ora però sorride, un sorriso tenero che si propaga agli occhi.

Eppure sta fissando il mio viso: il naso adunco, i capelli ispidi come saggina di scopa, le guance incavate.

“Ha degli occhi bellissimi” mormora, almeno quella era la sua intenzione, immagino.

Nessuno ha mai trovato i miei occhi color melma bellissimi.

Le sue mani enormi, ma delicate hanno fatto scomparire le mie ancora ornate dalle unghie finte ricurve come artigli.

Sorrido, provando uno strano calore in tutto il corpo e un senso di benessere.

“Ti accompagno a casa” propone “ a quest’ora di notte è pericoloso percorrere queste strade da sola”.

Trattengo una risata di scherno e la frase che la principessa perfettina pronuncerebbe: “Cosa può mai accadere alla strega cattiva!”.

Rinfodero il sorriso crudele che scopre gli incisivi e mi limito a stirare appena le labbra.

Lui continua a racchiudere le mie mani nelle sue, come in uno scrigno prezioso e cammina adagio.

Il mio passo si armonizza al suo. E’ servito a qualcosa avere piedi grandi da arrampicatrice di montagne impervie.

“Guarda una stella cadente” il suo dito indica il cielo “esprimi un desiderio”.

Chiudo gli occhi ed esprimo un desiderio non propriamente da strega.

“Ho già espresso il mio “ confessa e come d’incanto nella sua mano è comparso un grosso pezzo di cioccolata fondente.

“Il mio dolce preferito” mi informa e con facilità stacca un quadretto e me lo porge.

Anch’io amo la cioccolata fondente.

Non ha fronzoli, non si nasconde dietro aromi o nocciole e mandorle.

Ti conquista così, con il suo aspetto semplice e il gusto un po’ amarognolo.

“Sai perché la amo?” dice lui e mi sorride di nuovo.

“Chi?” mormoro, confusa.

“La cioccolata!” ride lui “perché è senza maschera, semplice e squisita al tempo stesso, come te”.

Sento le guance bruciare e cerco una frase cattiva per guastare l’atmosfera, ma non la trovo.

Strano è il mio mestiere e lo esercito a meraviglia.

Lui non sta bleffando, non mi deride, il suo sguardo è sincero e il mio cuore galoppa felice.

“Guarda papà la strega cattiva con il gigante buono!” grida una bambina tutta boccoli biondi e boccuccia di rosa.

Certamente una delle tante fans della principessa perfettina.

Le lancio uno sguardo di benevolenza, mentre il mio gigante buono mi aggiusta il cappuccio sulla testa.

“Mi dispiace piccola” penso, estasiata “questa sera strega sarai tu”.

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