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Taglio finale

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Giorni fa mi è capitato tra le mani un libro, “Final Cut” – sottotitolo “L’amore non Resiste” con la R maiuscola, rossa su nero e storta. Di Vins Gallico. Di Melito Porto Salvo. Neanche 40 anni. Già il titolo in inglese, da autore italiano, mi ha infastidito. E dentro al libro ce n’è, per me sempre troppo, d’inglese. Ma la scoperta di un possibile nuovo eccentrico lavoro per i creativi più disperati in questi tempi di vacche magre mi ha catturato. Il libro vuol sembrare un romanzo, ma la trama in fondo non c’è, è il racconto di alcuni casi a dimostrazione della validità del nuovo lavoro e il protagonista fa ogni tanto capolino, man mano che il lavoro gli fa venire qualche dubbio sul perché della fine della sua storia d’amore.

Alla base del lavoro di Final Cut c’è la sofferenza della chiusura definitiva di una storia, sofferenza che si acutizza nel momento della necessaria restituzione degli oggetti all’ex e del recupero dei propri. Senza restituire non si può ricominciare. La gente è disposta a pagare pur di non guardare in faccia il fallimento  e Final Cat serve a questo. Trasporta beni da A a B. Si occupa della restituzione inversa da B ad A. Comunica la separazione avvenuta, se non è stata chiaramente detta, e ne esplicita i motivi. Dà diritto di replica alla persona lasciata. Che verrà riportata al mittente. Ad ogni servizio una tariffa diversa, in crescita. Il tutto in assenza, da parte dell’operatore del servizio, di partecipazione, ma capacità di  distacco, sospensione del giudizio, imparzialità. La Final Cut non sposta semplicemente merci, ma restituisce simboli. E non prende posizione.

Geniale, no? Crudele lucrare sui dolori altrui, ma se il servizio viene chiesto vorrà pur dire che il cliente non ce la fa da solo ad affrontare la restituzione. E allora paga per esserne sollevato.

E’ stato inevitabile riflettere sulle mie storie e mi pare di non aver mai restituito niente e neanche voluto che qualcosa mi venisse restituito. Forse perché quando ero giovane io frequentavo ragazzi che non avevano soldi per farmi regali costosi. E io non ne facevo proprio, se non un fiore – ad un uomo, già! –  o un libro. Se si decideva di convivere, chi arrivava trovava la casa già ammobiliata – dal padrone, in realtà – e  si portava gli effetti personali, vestiti, libri, oggetti di poco conto da ficcare in un cassetto, in un lato dell’armadio, sulla scrivania. Se ci si lasciava, a chi andava via bastavano due valige per le proprie cose. Anche meno. Insomma altri tempi, per me.

Credo che quello che invece succedeva, allora come oggi, di veramente doloroso era lo smarrimento per la fine di un amore creduto eterno, capace di affrontare e superare tutte le difficoltà, anche le più gravi, insieme. Le incomprensioni, le offese, le umiliazioni,  i tradimenti. E la noia, le abitudini, l’appannamento dell’entusiasmo, la perdita della capacità di stupire e di stupirsi ancora, il darsi per scontato. E la fine del desiderio. Tutto si credeva di poter superare con l’amore. E forse era vero. Solo che l’amore non c’era più. Era questo e solo questo che bisognava capire con la testa e accettare con il cuore. Magari lo si era ucciso, l’amore, giorno dopo giorno senza accorgersene. Magari, invece, non era successo niente, ma l’amore non c’era più. Così come misteriosamente era arrivato, altrettanto misteriosamente se n’era andato. E nessun Final Cut può operare la restituzione del sogno. Della magia.

Non è che si possa mettere in piedi un’attività che restituisca la capacità di non sentirsi dio, di non osare intrufolarsi nel discorso dell’eterno, che appartiene solo alla divinità, di qualunque fattezza sia? Un’attività che ci restituisca l’umiltà di fronte al dono misterioso di un amore, che ci restituisca la capacità di prendersene cura come si fa con un bonsai? Un’attività che ci restituisca l’idea-verità che non è un nostro possesso quell’amore e che ci è stato donato a tempo, magari un tempo lunghissimo,  ma su cui non abbiamo potere?

Lo so da me che non esiste quest’attività e che non potrà mai esistere come tale, condotta e gestita da altri, perché solo noi possiamo metterla in piedi  e portarla avanti. Ogni giorno. E potrebbe essere uno sballo.

– via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – Taglio finale.

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