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Una Maniera Semplice

Una Maniera Semplice

Una Maniera Semplice

Pubblicato da Vita Marinelli 26 ottobre 2011 su Social4Web –

Era un’estate torrida, a detta del bagnino la più calda degli ultimi vent’anni, e la vacanza procedeva a rilento come un vecchio barcone a motore spento. I miei genitori si arrostivano al sole leggendo libri che non raccontavano a nessuno mentre il loro matrimonio se ne andava dolcemente alla deriva.

A volte tra un libro ed un articolo di cronaca nera intrattenevano conversazioni stupide, giocose.

Col senno di poi non so quanto fossero stupide. E di giocoso, mi verrebbe da dire, c’erano solo i miei dieci anni.

‘Franco, non ti venisse in mente d’ammazzarmi se mi dovessi sorprendere con un altro!’

‘Oggi il sole deve picchiare davvero forte….cosa stai dicendo?’ le chiedeva mio padre senza alcun interesse, senza neanche distogliere lo sguardo dalla lettura dietro gli occhiali da sole.

Mia madre ci provava, insinuando la gelosia, a rinvigorire quel che restava di quasi dieci anni di libri, quindici di matrimonio. Tra i silenzi e il non fare l’amore era diventato un matrimonio intellettuale il loro. Mia madre poi a fare l’intellettuale, di sinistra, aveva sempre giocato. Mio padre invece s’era arroccato nelle fila degli intellettuali di destra.

‘C’è un poveraccio che ha ammazzato la moglie e l’amante di lei a coltellate e poi, sempre a coltellate, ha cercato di togliersi la vita….Franco, lo sai che ho paura dei coltelli!’

Mia madre mi faceva l’occhiolino per convincermi del gioco ed io, rasserenata, correvo in acqua mentre lei proseguiva con mio padre ‘Ma come si fa ad uccidersi con un coltello? Se uno vuol morire trova una maniera più semplice…’

‘Gesù, Filomena!’ sbottava mio padre ‘Tranquilla, non ti ucciderò con un coltello. Non ti ucciderò e basta. Se tu ti trovassi un altro io e te potremmo diventare amanti!’.

Mia madre sorrideva ché qualcosa forse aveva ottenuto. Poi mi cercava cogli occhi verso l’orizzonte.

Quell’estate fu torrida di caldo e di clandestini. Se ne vedevano ovunque, anche in spiaggia e sulle coste pugliesi ancor di più. Di albanesi su vecchi barconi ne erano arrivati a migliaia da marzo. I pugliesi sembravano non aspettare altro che dare prova della loro solidarietà, forse anche una piccola rivalsa di tutte le volte che come stranieri nel proprio paese erano andati a cercare asilo nella ricca Emilia e poi anche rossa e accogliente.

Io incrociavo gli occhi di mia madre e le sorridevo come a dire ‘Sono qua’. Mancavano pochi giorni alla fine delle nostre vacanze. Tutto accadde in quei giorni dove il barcone a motore spento non ha più preso il largo dalla mia memoria. Già dal primo giorno di mare avevo notato un uomo che se ne stava seduto sugli scogli, un bell’uomo. Camicia con le maniche rivoltate e pantaloni lunghi, rivoltati pure quelli. Ai piedi degli infradito neri di gomma. Non faceva niente. Guardava e basta. Ogni tanto con lo sguardo percorreva la spiaggia ma niente lo interessava. Ero curiosa. Una bambina curiosa. E quel giorno della conversazione stupida e giocosa, dopo aver rassicurato mia madre cogli occhi, mi avvicinai a lui e gli chiesi ‘Perché te ne stai sempre qui da solo?’

Mi guardò sorpreso, socchiudendo gli occhi e aggrottando le sopracciglia. Sembrava non capire.

‘Sei straniero?’ continuai. Lui sorrise facendo sì col capo. Gli presi la mano costringendolo a seguirmi sotto l’ombrellone dei miei.

‘Vi presento uno straniero!’ dissi.

‘Un granchio della costa greca?’ fece mio padre senza guardare.

‘…mi scusi, buongiorno…Lucilla, chi è questo Signore?’ chiese mia madre attirando finalmente l’attenzione di mio padre.

‘E’ uno straniero. Non parla e guarda il mare, sempre.’

‘Piacere, Filomena, la mamma di Lucilla.’

Lo straniero aveva fermato lo sguardo sulle labbra di mia madre che parlava. Mi sono sempre chiesta negli anni dopo perché mio padre non si fosse accorto…non si fosse accorto di quanto erano belle le labbra di sua moglie.

‘Mamma, lo straniero, se non ha una casa, può venire a dormire con noi?’

Lui, lo straniero restava silenzioso però avevo capito che capiva eppure giocava a quel gioco. Giocavamo tutti, io, mia madre, lo straniero, tranne mio padre.

‘Franco, sarà uno di questi albanesi che sbarcano ogni giorno. Chissà cos’ha passato, poverino, per arrivare sin qui, magari ha fame, magari…’

‘Magari è un delinquente!’ la interruppe mio padre ‘Io non voglio storie, Filomena.’

‘Allora le storie le voglio io, Franco!’ se fosse stato in vita Freud quella frase l’avrebbe spiegata diversamente da come sembrava. Mia madre mi prese la mano e mi trascinò via mentre io ancora tenevo quella dello straniero e mi trascinavo lui.

Guardandola da dietro mia madre, aveva trentacinque anni all’epoca, pensai che non aveva solo delle belle labbra. Mi voltai dietro verso lo straniero e gli chiesi ‘Come ti chiami?’

‘Christian.’

A questo punto il barcone dev’essere ripartito, almeno per mia madre. Christian fece una doccia e vederlo pulito con i riccioli che gli venivano giù per la fronte fece effetto persino ai miei dieci anni.

‘Grazie’ disse presentandosi in cucina dove mia madre aveva già tirato fuori dal frigorifero del riso freddo con una bottiglia di birra.

Christian mangiò di gusto, si vedeva che non gli era capitato spesso di mangiare ultimamente. Non bevve, fece segno di no con la testa come a dire che era astemio. Mia madre lo accarezzò cogli occhi.

‘Vado a dire a papà che il granchio greco è pulito e bello!’ dissi correndo di nuovo verso la spiaggia.

Ancora adesso mi chiedo se avevo calcolato il tempo o se solo è stato un caso. Se avrei potuto e dovuto metterci di più o se avevo corso di proposito come non mai nella mia breve vita. Avevo fatto in tempo ad andare da mio padre e ritornare e loro erano ancora lì. Senza far rumore guardavo quello che poteva succedere e succedeva. La mia curiosità non era mai stata soddisfatta prima, quelle volte che avevo spiato i miei genitori dalla serratura. Quasi fossi stata complice, restai di guardia a controllare l’arrivo di mio padre. Ma mio padre leggeva. Non so neanche cosa. Restava sotto l’ombrellone sul suo barcone a motore spento mentre mia madre a casa prendeva il largo su un motoscafo veloce. Ed io con lei. Christian era restato a casa con noi, non era stato difficile convincere mio padre. Anzi. Si preoccupava ormai anche lui di dove potesse andare dopo la nostra partenza e finite la vacanze. Se qualcuno avesse visto dall’esterno avrebbe visto. Mio padre no.

Quel gioco stava diventando monotono. Mio padre leggeva. Mia madre e Christian facevano l’amore. Non succedeva altro.

‘Papà, ho sentito dire dal bagnino che oggi la temperatura si alzerà tantissimo…’ mio padre mi sbirciò da un lato del libro ed io proseguii ‘e se ci prendiamo un’insolazione proprio gli ultimi giorni?’

Mio padre non mi ascoltava mai. Chissà perché quel giorno si aggrappò al mio pretesto.

‘Hai ragione, Lucilla. Meglio starsene al fresco in casa, ha pensato bene la mamma a non venire in spiaggia. Torneremo nel pomeriggio’ e ci incamminammo lasciando la spiaggia.

Chissà cosa pensavo. Pensavo che il gioco stava per farsi interessante, pensavo ad una tragedia come quelle sui giornali, pensavo a mia madre che scappava col suo principe azzurro, pensavo che avevo una gelosia furiosa verso di lei, pensavo che per mio padre invece era rabbia cieca. La vista che lui si era riservato solo per leggere. Forse. Così mi dicevo.

Mia madre e Christian non erano neanche vicini tanto era caldo quel giorno. Giacevano sul pavimento, distanti, nudi, tenendosi appena la mano. Mio padre deve aver visto perché anch’io avevo visto e, quasi strattonandomi, mi disse che gli era venuto in mente che la mamma gli avesse chiesto del basilico.

Del basilico!

Quando rientrammo col basilico non accadde nulla.

‘Grazie, Franco, temevo te ne scordassi!’ disse mia madre lisciandogli un braccio mentre io diventavo sempre più rabbiosa. Un cane rabbioso geloso. Un cane rabbioso giocoso.

La sera mi accoccolai piangendo sul petto di mio padre, dicendogli che Christian voleva fare delle cose con me.

Un cane rabbioso giocoso e pericoloso.

Non ho mai visto un uomo picchiare così tanto un altro uomo. Mio padre. Né ho mai visto piangere così tanto l’altro uomo. Christian. E mia madre, che non voleva essere ammazzata, si ammazzò lei. Annegandosi. Avrà pensato che quella era una maniera semplice. Di morire o di non soffrire.

via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – Una Maniera Semplice.

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