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Vite urlate

Vite urlate

Vite urlate

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    Una volta erano solo le quattro mura di casa ad assistere e a contenere i litigi e le violenze fisiche. I vicini, se si era in un condominio, sentivano e tacevano. Erano consapevoli che anche loro erano stati sentiti e gli altri avevano taciuto. In strada non si litigava, non si facevano piazzate. Non di frequente, almeno. Si veniva strattonati, si ricevevano occhiate eloquenti a smettere subito di dare spettacolo, ci si ricomponeva immediatamente, si diventava sepolcri imbiancati a rappresentazione di una pacificazione inesistente, ma sufficientemente credibile al di fuori. Si era contrari alle brutte figure, insomma. I famosi panni sporchi lavati in casa propria.

    Se la rabbia esplodeva pubblicamente era perché l’alcool aveva fatto sufficienti danni. Allora il controllo non era più realizzabile e ci si poteva fare male, anche molto male.

    Oggi cammino e m’incanto a guardare e ascoltare le vite passarmi accanto, starmi di fianco, venirmi incontro, andarsene via. Sono vite che non conoscono più, o forse non han fatto in tempo a conoscere, pudore, riservatezza, intimità. Rispetto. Di sé e degli altri. Mostrano con tutto il corpo, mentre camminano lentamente, e poi aumentano la velocità, a volte quasi corrono, o si fermano di botto,  quello che sta capitando nella loro vita di relazione. Piangono, insultano, deridono, implorano, urlano. E raccontano una storia, la loro storia, mentre quella storia si fa, al presente. E raccontano come quella storia è arrivata a farsi tale, al passato prossimo, a volte a quello remoto. E le ipotesi di quella storia toccano corde del futuro prossimo o forse remoto.

    Ero abituata al rumore delle macchine, degli autobus, delle voci che in strada ogni tanto esplodevano in un saluto, in un insulto, o canticchiavano, o fischiettavano, o sbuffavano e imprecavano, ma un po’, soltanto un po’, mi pareva,  e poi tacevano e andavano avanti verso la meta prefissa. Ero abituata a camminare e a sentire dietro di me qualcuno  raccontare a qualcun altro qualcosa che gli era successo, a farlo anche animatamente, ma senza mai superare una certa soglia. E anzi le voci si abbassavano spesso, quando si intuiva di averle troppo alzate nella foga della narrazione. Se non si trattava di un ubriaco, naturalmente. Allora non c’era intuizione di sorta.

    Ora esco di casa e mi trovo, con una facilità e frequenza strabilianti, immersa nelle vite altrui: sull’autobus, alle poste, al supermercato, in farmacia, in banca, in strada,  si consumano storie d’amore, odio,  rabbia, minacce, insulti, offese, suppliche, tradimenti,  insinuazioni, dolori,  malattie, pettegolezzi, emozioni distruttive, sentimenti aggressivi,  allegria, progetti, consigli acquisti, diete favolose, ricette particolareggiate. Tutto a voce alta, altissima. E la violenza è spesso, troppo spesso il condimento.

    La vita privata esposta e spalmata in strada e nei luoghi pubblici,  senza ascoltarsi, senza rendersi conto di cosa si sta dicendo, di dove lo si sta dicendo, di chi lo sta ascoltando. Una costante violenza, di cui sembra non esserci consapevolezza. Una violenza nell’imporre la propria vita agli altri. Una violenza nel non controllo della propria furia. Una violenza che potrebbe diventare fisica se qualcuno osasse protestare.

    Stamattina una giovane donna stava vivendo qualcosa di piacevole, sicuramente. Perché mi veniva incontro ed aveva il viso dolce, emozionato, quasi commosso, e parlava sottovoce e poi ha smesso e ha mantenuto, mentre quasi mi sfiorava e passava oltre, un sorriso tenero. Mi si è allargato il cuore, ad accogliere questa energia positiva che, da sola, poteva per un po’ fare da contraltare alle urla e agli insulti di poco prima. Altra gente, altre storie. Tutte in assoluta solitudine. L’altro era dentro un rettangolo luminoso a ricevere e a rincarare la dose. Perché l’altro non c’è fisicamente. Non c’è più. E’ dentro lo smartphone. La solitudine più atroce, quella di chi, pur urlando ad un altro, da quell’altro non è visto, non viene sfiorato, non viene toccato, non viene rassicurato, non viene abbracciato.

    Solo lei, stamattina, usava quello strumento per comunicare bellezza. E la possibilità, anzi il bisogno di tenere per sé il più possibile il segreto della sua emozione. Anche lei era sola e aveva in mano lo smartphone. Ma la sua emozione era soffusa, la tratteneva per sé, in sé, sussurrava, sembrava quasi desiderasse  entrare dentro lo strumento, che  sfiorava con la guancia, i capelli, le labbra. Per non essere assolutamente ascoltata al di fuori. Non voleva rendere pubblica la sua gioia. Solo lei, nel pudore della sua felicità, sembrava essere davvero in due a vivere quel momento di storia, a farla diventare storia. Le altre vite urlate al vento.

    – via Social4Web – http://www.social4web.com/blogs – Blog View – Vite urlate.

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